Giovanni Boccaccio: riassunto vita

Giovanni Boccaccio – L’infanzia

Figlio del mercante Boccaccino di Chellino Giovanni Boccaccio nacque nel 1313 in Toscana, forse a Certaldo, lì trascorse l’infanzia con la matrigna Margherita dei Mardoli. Compì i primi studi a Firenze, con Giovanni Mazzuoli da strada, che lo avvio al culto di Dante.

Giovanni Boccaccio – Il trasferimento a Napoli

Nel 1327 Giovanni si trasferì con il padre a Napoli, allora capitale del regno angioino, dove fece pratica mercantile presso la filiale napoletana della Compagnia dei Bardi, la banca finanziatrice del re di cui suo padre era socio. Napoli era un centro di traffici commerciali provenienti dai paesi del Mediterraneo e punto d’incontro di diversi influssi culturali (bizantini, arabi e francesi). Roberto d’Angiò, la cui corte si distingueva in Italia per la vivace vita mondana e intellettuale, era un colto protettore di artisti. Attraverso il padre, Giovanni frequentò questo ambiente dove giungevano gli echi della letteratura cortese provenzale e francese, e maturò uno spiccato interesse per la poesia. Al riguardo fu importante l’incontro con l’agostiniano Dionigi di Borgo San sepolcro, che gli fece conoscere le opere di Petrarca. Ai sedici anni che Boccaccio trascorse a Napoli risalgono le prime Rime.

Giovanni Boccaccio – La conoscenza dell’amata e il ritorno a Firenze

A Napoli si innamorò di Maria dei Conti d’Aquino, figlia del re Roberto, conosciuta il sabato santo del 1336 nella chiesa di San Lorenzo e celebrata nelle opere giovanili come Fiammetta. Nel 1340, a seguito della crisi finanziaria dei Bardi, Boccaccio fu costretto suo malgrado a lasciare Napoli e a ritornare a Firenze. Qui prosegui l’attività letteraria, ora influenzata dalla tradizione allegorica toscana e in particolare da Dante, componendo il “Ninfale d’Ameto” , “l’Amorosa visione”, “l’Elegia di Madonna Fiammetta” e il “Ninfale fiesolano”. Nel biennio 1345-1346 fu a Ravenna, alla corte di Ostasio da Polenta, e nel 1347 a Forlì, presso il signore della città Francesco degli Ordelaffi. Nel 1348, quando scoppiò l’epidemia di peste, Boccaccio si trovava a Firenze, e fu proprio dal bisogno di esorcizzare quella tragedia (di peste morirono il padre e la seconda matrigna Bice) che nacque il “Decameron”, la cui scrittura lo impegnerà fino al 1351. Intanto, grazie alla sua fama letteraria.

Giovanni Boccaccio – Le missioni diplomatiche

Il Comune di Firenze gli affidò delicate missioni diplomatiche. Nel 1351 lo inviò a Padova per offrire a Petrarca, che non accettò, la restituzione del patrimonio familiare a suo tempo confiscato e una cattedra presso l’università fiorentina. I due poeti si erano conosciuti l’anno prima e tra loro era nata un’intensa amicizia, alimentata da una fitta corrispondenza epistolare. Nel 1355 si recò a Napoli, nella speranza di ottenere dalla regina Giovanna, succeduta a Roberto d’Angiò, la nomina a segretario regio, ma non ebbe buon esito. Di nuovo a Firenze, grazie anche all’influenza di Petrarca abbandonò la narrativa e il volgare per dedicarsi agli studi eruditi: a partire dal 1355 compilò i trattati enciclopedico-divulgativi in latino “Le sventure degli uomini illustri” e il “Libro dei monti, dei laghi, dei fiumi, delle selve, delle fonti, dei laghi, dei fiumi, degli stagni e dei nomi del mare”.

Giovanni Boccaccio – Il sospetto di congiura e gli ultimi anni

Nel 1360 Boccaccio, sospettato di aver fatto parte di una congiura anti guelfa, abbandonò gli incarichi diplomatici, prese gli ordini minori e si stabili a Certaldo, nella casa paterna, dove scrisse “Genealogia degli dei pagani” e “Le donne famose”. Sollecitato dal frate Pietro Petroni ad abbandonare la poesia e gli scritti licenziosi meditò anche la distruzione del Decameron. Petrarca gli diede consigli opposti, come si legge in una lettera del 1362 che lo incitava a proseguire nella sua attività poetica. Nel 1365 Boccaccio ebbe dal governo di Firenze l’incarico di compiere un’ambasceria presso Urbano V ad Avignone e poi a Roma, dove nel 1367 il papa aveva momentaneamente riportato la sede pontificia. Nel 1373 accettò l’invito a commentare la commedia di Dante nella chiesa di Santo Stefano di Badia dietro compenso, ma, interrotte le letture al XVII canto dell’Inferno per le critiche rivoltegli e per le cattive condizioni di salute, ritornò a Certaldo dove morì il 21 dicembre 1375.

Infine…

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