Solo et pensoso i più deserti campi: riassunto, analisi e commento

Il 35° sonetto del Canzoniere è composto prima del 16 novembre 1337. E’ incluso nella raccolta principale di opere di Petrarca, cioè il Canzoniere.  La struttura metrica è a rime incrociate. Vi propongo il testo integrale, l’analisi e il riassunto.

Solo et pensoso i più deserti campi – Testo

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
10et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

Solo et pensoso i più deserti campi – Riassunto

Petrarca , nella prima quartina, ci descrive la sua ricerca di spazi deserti e solitari , in cui fuggire per poter nascondere alle altre persone la sua sofferenza interiore. Prosegue poi fornendoci la descrizione del suo stesso aspetto, afflitto e privo di allegria al punto che anche la natura, secondo lui, riesce a capire l’angoscia della sua vita(3ª strofa). Conclude poi dicendo che questa ricerca di isolamento è inutile, in quanto l’Amore (notare che è con la lettera maiuscola) è sempre in grado di raggiungerlo e parlare con lui. Sul piano tematico, così questa lirica riassume il travaglio interiore del poeta , costretto ad allontanarsi dalla gente e a cercare rifugio nella solitudine.

Solo et pensoso i più deserti campi – Analisi

Nel componimento è quindi evidente come il sentimento amoroso venga vissuto come traviamento dell’animo, come tormento; ed è naturale conseguenza la fuga, non solo dalla gente, ma anche, per certi versi, dal sentimento amoroso stesso. La ricerca della solitudine costringe il poeta a vagare nella natura che, caratterizzata da un paesaggio deserto e segnato solo da pochi riferimenti indeterminati, diventa parte integrante dell’Io, manifestazione del suo tormento; nella natura non trova rifugio poiché , pur essendo un luogo per meditare su stessi, non lo sottrae dalla sua pena. Una solitudine che però, è evidente nell’ultima terzina, non si realizza, poiché l’Io del poeta viene affiancato dall’onnipresente Amore (sentimento in questo componimento, come sarà in tanti altri, evidentemente tirannico) che, personificato come in tutta l’opera, dice il poeta, “venga sempre ragionando con meco”. In tutto il componimento vengono utilizzate : antitesi, anastrofe, iperbato; tutta funzionale ad esprimere la natura opposta del sentimento e l’effetto che esso ha sul suo animo. I sostantivi che descrivono lo spazio evocano un paesaggio indeterminato che corrisponde allo stato d’animo del poeta.

N.B. La prima terzina instaura un rapporto tra Natura e uomo e questa nuova tradizione sarà ripresa (ma con diversi significati) da numerosi autori come Foscolo, ma soprattutto Leopardi.

Alcune figure retoriche ed espressioni:

  • Amor (personificazione),
  • Frequente uso della prima persona,
  • Continuo uso dell’aggettivo “solo” per rimarcare la solitudine,
  • polisindeto di “et”.

Infine…

Se non avete chiaro alcuni concetti, scrivete pure qui sotto nei commenti e non dimenticate di valutare l’articolo, qui sotto.

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